Italiano

Saluti rivoluzionari ai nostri compagni globali!

Dobbiamo la nostra attuale posizione politica alle analisi che abbiamo fatto della relazione fra pensiero di sinistra e modernizzazione in Turchia, analisi svolta nel tentativo di capire il punto morto del movimento di sinistra, incapace di produrre una qualsiasi posizione politica contro il capitalismo globale. Attraverso questo tentativo di analisi, i temi centrali del nostro dibattito sono divenuti i problemi della modernità sia a livello teorico sia a livello pratico. L’asse principale di questo dibattito è il modo in cui la politica e l’impegno politico hanno preso forma all’interno di un discorso sulla modernizzazione. In questo articolo, cercheremo di presentare le basi teoriche della nostra politica e delle forme di lotta che cerchiamo di promuovere nella società nella quale viviamo. Tali basi sono ovviamente il risultato del nostro dibattito.

Le dinamiche del discorso sulla modernizzazione, che ha portato a un punto morto il movimento di sinistra in Turchia, hanno caratteristiche decisamente differenti da quelle che il medesimo discorso ha assunto in Europa o in Occidente, dove è stato originariamente forgiato per poi proiettare la propria egemonia a livello globale. Questa differenza deriva essenzialmente dal fatto che il processo di socializzazione delle relazioni capitalistiche, lungi dall’essere scaturito dall’interno del concreto conflitto di classe, è stato realizzato proprio alle origini del progetto di modernizzazione imposto dallo Stato e dalle elites, sia nel tardo Impero Ottomano sia nel primo periodo della Repubblica Turca. E’ proprio la simultanea realizzazione del processo di trasformazione capitalistica e del processo di modernizzazione ciò che fa della rivoluzione kemalista, che ha dato vita al moderno Stato nazionale turco, una rivoluzione borghese. Questo intrecciarsi dei processi di trasformazione capitalistica e di modernizzazione ha informato di sé tutti gli agenti sociali e politici, compresi quelli di sinistra che portavano avanti un discorso di progresso, sviluppo e nazionalismo. Costituendosi all’interno di questo discorso, i movimenti di sinistra sono stati incapaci di creare occasioni per sviluppare lotte basate sulla resistenza e capaci di liberare conflitti sociali informati dalle proprie specificità. Il risultato è stato che la sinistra ha dato vita a soggetti proiettati verso la fondazione di una forma verticale di politica, soggetti che parlano e agiscono in nome delle dinamiche sociali. Per questo la politicizzazione delle domande sociali è stata soddisfatta attraverso relazioni di rappresentanze politiche e sociali che hanno monopolizzato i mezzi dell’azione politica. E’ stata soltanto l’esperienza della lotta armata rivoluzionaria degli anni settanta a rompere con questa cornice, e perciò identifichiamo in quell’esperienza il punto di riferimento politico per una diversa tradizione di resistenza e di movimento.

All’interno del meccanismo di potere capitalistico caratteristico dell’epoca moderna, si pensava che il discorso nazionalista e sullo sviluppo fosse sufficiente per aprire la strada per la lotta rivoluzionaria del movimento di sinistra. Durante tutto questo periodo, la sinistra ha potuto costruire la sua esistenza politica solo attraverso una posizione di opposizione: opporsi, ad esempio, all’imperialismo e/o al fascismo era una condizione sufficiente per le tendenze rivoluzionare. Dopo gli anni ottanta, l’internazionalizzazione, la riorganizzazione dei processi di produzione e del lavoro a livello internazionale, nonché l’erosione della differenza fra centro e periferia, hanno tuttavia finito per modificare in profondità il meccanismo di potere capitalistico. Indipendentemente da quel che si può pensare del passato, è evidente che nelle mutate condizioni le politiche nazionaliste e di sviluppo, pur coniugate dalla sinistra con un discorso antimperialista, risultano ormai incapaci di determinare un contropotere che promuova una liberazione sociale all’altezza delle sfide del capitalismo globale. L’unica garanzia realistica per la formazione di un potere che si contrapponga al capitalismo è da vedere in un movimento di resistenza nel quale i fini politici siano organizzati come immanenti al movimento stesso. In questo senso, qualsiasi forma di resistenza al capitalismo che si arresti a livello locale crea di per sé le condizioni per una politica verticale. In altre parole la separazione fra il locale e/o nazionale e l’universale è stata rimossa.

La volontà del menzionato movimento anticapitalistico si forma attraverso dinamiche sociali che non si pongono soltanto come produttrici del loro discorso, ma determinano anche l’emergere di soggetti protagonisti delle proprie azioni. In altre parole, la forza trainante del movimento rivoluzionario è diventata l’opposizione al funzionamento del potere globale attraverso una nuova forma di radicamento politico ai fini della liberazione sociale. Il movimento a cui pensiamo deve essere in grado di sbarazzarsi dell’intero discorso e degli strumenti della politica verticale che aveva preso forma a causa delle peculiarità geografiche, culturali e economiche del periodo precedente. La democrazia politica basata sulla politica verticale e la democrazia sociale basata sulla politica orizzontale si presentano ormai come irrimediabilmente intrecciate. Dispiegandosi in tutti i campi delle relazioni sociali, il capitalismo stesso ha tendenzialmente eliminato la differenziazione fra �il politico� e �il sociale�. E la sinistra tradizionale, che finora si era definita come �avanguardia� con il compito di politicizzare la �sfera sociale�, è profondamente spiazzata da queste trasformazioni. Crediamo comunque che il processo di creazione di una democrazia sociale, che possa presentarsi come un contropotere al dispiegamento del potere globale capitalista, sia davvero possibile e che sia direttamente connesso all’organizzazione di un movimento per mezzo del quale le dinamiche sociali possono mobilitare le proprio esperienze e i propri mezzi di potere contro il meccanismo di potere del capitalismo globale. Non pretendiamo che questo fenomeno sia qualcosa di nuovo, al contrario crediamo che la storia della resistenza rivoluzionaria includa le esperienze della democrazia sociale. Il movimento non-nazionalista e anti-globalizzazione ha quindi le potenzialità per divenire un soggetto politico nella costruzione della democrazia sociale, così come il movimento europeo dei lavoratori del 1848, la Comune di Parigi, l’esperienza sovietica prima della NEP nella Russia Sovietica sono stati soggetti politici della democrazia sociale.

Noi oggi crediamo che i Social forum possano fornire un’opportunità per lo sviluppo di un nuovo tipo di pratiche politiche e di socializzazione all’interno del movimento anticapitalistico. La moltitudine nei Social forum apre la strada a una prospettiva teorica e a pratiche di lotta che vanno al di là dei confini nazionali e geografici. Come saranno costituiti i Social forum è un problema di rilievo politico essenziale, considerata l’ipoteca esercitata dalla presenza al loro interno di un atteggiamento difensivo improntato dal discorso nazionalista. Si tratta di por mano alla costruzione di un processo aperto, che prenda forma attraverso la capacità dei movimenti sociali di mobilitare le proprie esperienze e i propri mezzi politici su una base anticapitalistica. Il Forum sociale di Istanbul, secondo noi, può essere una buona base di partenza per lo sviluppo in Turchia di una positiva interazione con i movimenti anticapitalistici globali. Questa interazione può servire per condividere esperienze politiche di tipo diverso e per consentire alla resistenza globale di diffondersi e di crescere più forte. Lottiamo per incorporare movimenti, dinamiche e organizzazioni differenti in questo processo e li invitiamo a costruire il Forum insieme. Ora, il problema nel contesto turco è sicuramente il basso livello di partecipazione nell’Istanbul Social Forum. Ma nel lungo periodo crediamo che saremo capaci di superare questo problema. Noi contribuiamo all’Istanbul Social Forum organizzando il movimento studentesco all’interno del discorso anticapitalistico.

Riteniamo che il movimento studentesco, di cui facciamo parte, sia una della componenti essenziali del processo di costruzione della democrazia sociale, intesa quest’ultima nel senso che abbiamo precisamente cercato di chiarire. Da questo punto di vista, il ruolo delle Università nello sviluppo politico e sociale della Turchia, oggi come nel passato, costituisce un punto di riferimento. Due forze costitutive della struttura sociale e politica nella capitalizzazione e modernizzazione della Turchia possono essere menzionate: l’esercito e l’università. Fino al 1960 le università si erano assunte il ruolo di produzione e riproduzione della tradizione illuministica nella costruzione dello Stato nazionale. Questo ruolo è stato soprattutto svolto nella convinzione che esso si inserisse all’interno di un processo più ampio di transizione alla vita moderna, che avrebbe dovuto caratterizzarsi con la diffusione di una prospettiva di occidentalizzazione capace di permeare l’intero corpus dei saperi riferiti alla dimensione sociale e culturale. In questa fase iniziale non si può parlare di un’opposizione di sinistra egemone all’interno dell’università in Turchia. Dopo gli anni sessanta, tuttavia, un’opposizione di sinistra - antimperialista nell’approccio e inserita all’interno della congiuntura politica mondiale � emerse dal contesto dei relativamente più ampi diritti e libertà offerti dalla Costituzione del 1961.

Ci sono stati due fattori principali che hanno distinto il movimento degli anni settanta da quello degli altri periodi. Il primo consisteva nel fatto che il movimento universitario degli anni sessanta si era limitato a una lotta per la democrazia e per la libertà accademica. Il secondo dei fattori era il bisogno crescente di un intervento politico più complessivo, che andasse oltre i limiti di questa lotta �accademico-democratica� per rispondere all’ascesa del fascismo che era il risultato dei problemi di integrazione capitalistica e delle crisi economiche degli anni settanta. La combinazione di questi due fattori ha fatto esplodere una lotta armata, separata dal movimento universitario ma i cui quadri erano soprattutto studenti. Il colpo di Stato militare del 1980 ha accelerato il processo di integrazione della Turchia nel nuovo meccanismo di potere capitalistico attraverso programmi di aggiustamento strutturale. Questo processo è stato più facile di quanto ci si potesse aspettare poiché migliaia di rivoluzionari e di dissidenti di sinistra erano stati eliminati per mezzo di esecuzioni, sono passati attraverso la tortura o sono stati condannati a lunghi anni di carcere. In questo modo il regime di oppressione e la paura hanno impedito la formazione di una nuova opposizione. Le crescenti proteste operaie alla fine degli anni ottanta hanno fornito più tardi una nuova vitalità alla sinistra; essa è stata, però, incapace di creare un movimento consistente di sinistra dal momento che non riusciva ad andare oltre la lotta �economico-democratica� che dominava il movimento operaio, così come d’altra parte non è stata superata la prospettiva �accademico-democratica� prevalente all’interno del movimento studentesco. In effetti si era lontani dal comprendere le dinamiche dei nuovi meccanismi di potere capitalistico, e questo costituiva un formidabile ostacolo alla creazione di una politica rivoluzionaria. All’interno dei nuovi meccanismi di potere, il nuovo ruolo delle università era, infatti, definito come socializzazione delle politiche neoliberiste. In pratica, questa definizione significava una commercializzazione dell’istruzione e una legittimazione dei rapporti tra le università e il mercato. In questo processo, le università si definivano come entità economiche e strutturavano le proprie attività e riforme a seconda delle condizioni dettate dal mercato. Oggi questa ristrutturazione continua con la nuova proposta di legge del Consiglio superiore dell’istruzione (YÖK), che aveva organizzato e supervisionato all’interno delle università il processo degli anni ottanta. Questo abbozzo di proposta di legge, che definisce e fa funzionare l’università come agente del mercato, è non solo il riflesso locale del regime dell’Organizzazione mondiale del commercio, che raccomanda la commercializzazione dei servizi, ma è anche uno degli assi attorno a cui si muove la politica di ristrutturazione del capitale turco .

Il capitalismo globale sta sussumendo tutte le sfere sociali attraverso la mercificazione. All’interno di questo processo di mercificazione, che trasforma tutte i rapporti sociali (compreso il rapporto dell’individuo con se stesso) in nodi del processo complessivo di produzione e riproduzione, il capitalismo globalizzato le struttura in modo funzionale ai propri meccanismi di potere. Mentre ogni singolo valore e tutti i valori sono definiti in relazione al valore di mercato, il mercato opera come un meccanismo di controllo dei corpi e delle coscienze delle persone. All’interno della logica totalizzante del mercato, il capitalismo globale elimina, come già abbiamo osservato, le linee di separazione fra �il politico� e �il sociale�, al pari di quelle fra �pubblico� e �privato�. Per questo, l’università non è più una sfera di massa (una sfera sociale) politicizzata da una leadership centrale; e questo pone le condizioni perché essa possa divenire una forza dinamica costituente della democrazia sociale.

Come soggetti del proprio discorso e della propria azione, l’auto-organizzazione degli studenti, degli universitari e dei lavoratori formerà il più grande pericolo in quanto contropotere al funzionamento del capitalismo globale. Siamo stati testimoni di come i meccanismi del potere capitalistico siano stati capaci di interiorizzare la lotta accademico-democratica nel contesto universitario. L’autonomia finanziaria, in quanto parte del processo di integrazione dell’università con il mercato, può essere mantenuta e anche una realtà di libertà accademica può essere definita, sebbene in modo limitato e discutibile. Inoltre, l’autonomia finanziaria che rende l’università un agente economico nel mercato e che sembra essere a prima vista una soluzione ragionevole all’autocostituzione dell’Università nasconde il processo di mercificazione. Gli agenti di potere che potrebbero nascere dal movimento di soggetti di qualsiasi sfera sociale diventano un pericolo dal momento che essi significano una rottura politica con il capitalismo globale e aprono la strada alla democrazia sociale. In questa prospettiva, noi sosteniamo una nuova comprensione e una nuova pratica dell’autonomia che si organizzi sulla base dei campus e che crei un movimento studentesco attraverso la liberazione delle specificità di tutti gli individui autonomi.

Abbiamo cercato di mettere in pratica il nostro discorso attraverso un attivismo diretto. Abbiamo concentrato le nostre azioni sui punti nodali nelle relazioni fra università e mercato. Le manifestazioni contro la nuova proposta di legge abbozzata dal YOK avevano lo scopo di mostrare l’intento della legge proposta e di socializzare l’opposizione ad essa. Attraverso discussioni, dichiarazioni, e attività nei campus lottiamo per il mantenimento di un’unità del discorso anticapitalistico fra le componenti dell’università. Comunque per noi la cosa importante è come la proposta di legge determina e modella le nostre vite nelle università. E questo lo sperimentiamo in due modi: il primo è che siamo obbligati a pagare per ogni singolo servizio e il secondo aspetto sono le relazioni sociali orientate dal mercato e le pratiche che originano dalle relazioni che le università intendono intraprendere con il mondo degli affari, con banche, società di comunicazione e industria.

Possiamo mettere in luce, a questo proposito, due pratiche che abbiamo osservato e sulle quali siamo intervenuti: la prima è il progetto comune della collaborazione tra il business e l’università, la seconda riguarda ciò che l’amministrazione della nostra università ha proposto sotto il nome di �P&R DAYS�. Durante i �P&R Days� grandi aziende organizzano incontri pubblicitari e promozionali, oppure mettono in vendita i propri prodotti sugli stand che affittano. L’università diventa in quei giorni una grande mercato, in cui compratori di lavoro (imprese) e venditori di lavoro (studenti) si incontrano.

Durante lo scorso semestre siamo stati per un mese particolarmente attivi nell’intento di illustrare i �P&R Days�. Abbiamo organizzato delle attività insieme ai nostri amici anarchici e mussulmani anticapitalisti con uno spirito comune, diverso però dai tipi di alleanze a cui si perviene di solito dopo incontri interminabili e patti politici. Dal momento che progettavamo le manifestazioni la sera e le facevamo la mattina seguente, ci sentivamo parte di un processo nuovo e creativo. Attraverso questo stesso processo abbiamo fatto concretamente esperienza del fatto che le relazioni di mercato non sono l’unica alternativa e che è possibile costruire con il nostro protagonismo un’altra rete di relazioni sociali. Queste manifestazioni sono riuscite a impedire gli incontri organizzati e a disturbare sia gli organizzatori sia i presentatori. Ci siamo sentiti liberi nella nostra nuova forma di pratica. Gridavamo slogan in maniera teatrale, del tipo �P&R Days sono schiavi del mercato�, �Se sei infelice la ragione è che potresti essere allergico al capitalismo�. E questa è la canzone che abbiamo cantato: �Siamo tutti schiavi, obbediamo sempre, moriamo per i soldi, vendiamo le nostre anime ��.

Speriamo di essere riusciti a darvi un’idea del background teorico e del processo di lotta attraverso i quali stiamo cercando di costituire e di socializzare noi stessi. Siamo consapevoli che questo processo di liberazione politica non è completo e assoluto; però esso significa un’affermazione costante di esperienza politica, una ricerca di possibilità rivoluzionarie che mai si rinchiude o si chiude su se stessa in un senso di verità e di sufficienza. Apre la strada per entrare in contatto con la vita attraverso la percezione del fatto che questo mondo ci appartiene. Nel contesto del processo di allargamento dell’Unione Europea, crediamo che la questione dell’ingresso della Turchia sia da leggere nel contesto dell’integrazione della Turchia nella globalizzazione capitalista. Noi consideriamo l’UE come espressione di quella dinamica di regionalizzazione che costituisce l’altra faccia della globalizzazione capitalista. Il dibattito sull’UE in Turchia è interamente concentrato sulle questioni dello sviluppo democratico, dei diritti umani e della riorganizzazione della vita sociale e politica. La questione della integrazione nel capitalismo globale è lasciata fuori dal dibattito. Dal nostro punto di vista proprio questo aspetto � assai più di vuote polemiche sul �sì� o sul �no� alla UE � è decisivo.

Autonomia studentesca dell’Università del Bosforo - Istanbul